Emanuela Orlandi: tutto inizia e finisce con il Vaticano

Emanuela Orlandi: tutto inizia e finisce con il Vaticano

Una cosa vera che ha raccontato Marco Accetti è il furto della bara di Katy Skerl. Lui colloca l’episodio nell’anno 2005, probabilmente innescato da una strana telefonata arrivata alla trasmissione di “Chi l’ha visto?” nel mese di settembre di quell'anno.

La voce anonima recitava testualmente un messaggio cifrato che collegava diversi elementi:

"Cercate nel cimitero del Verano la tomba di Katy Skerl. Lì dentro ci sono risposte anche su De Pedis, sul padre di Mirella Gregori e sulla stessa Mirella."

Se così fosse, chi aveva ucciso la ragazza — lasciandole probabilmente tra i capelli tracce del proprio DNA — si era immediatamente preoccupato dopo la suddetta telefonata, a tal punto da pianificare di far sparire quelle “tracce genetiche” che nel 1984, quando Katy venne uccisa, erano ancora poco usate dagli inquirenti nelle indagini scientifiche. All'epoca, infatti, la tecnologia del profilo genetico muoveva i primi passi e l'assassino si sentiva al sicuro.

Quanti di noi hanno il proprio DNA schedato negli archivi delle procure? Oppure, quanti di noi, per vari motivi, possono essere oggetto di indagini per omicidio con conseguente controllo del profilo genetico? Ovviamente molto pochi. È evidente che se fossero state trovate tracce di DNA sul corpo di Katy Skerl, i “nomi” che avevano girato negli anni passati sia per la Gregori che per la Orlandi sarebbero stati immediatamente oggetto d’indagine.

In poche parole, le persone che uccisero la ragazza erano già note alle Procure, oppure sarebbero diventate presto oggetto di attenzioni da parte della magistratura. Come fare allora per bloccare qualsiasi riapertura del caso?

Sicuramente quella telefonata a “Chi l’ha visto?” aveva acceso l’allarme rosso. La soluzione più drastica e sicura fu quella di rubare il corpo con l'intera bara e poi preoccuparsi di farlo sparire definitivamente: probabilmente venne incenerito in un impianto privato.

La logistica del furto al cimitero del Verano

La tomba di Katy era posizionata al cimitero monumentale del Verano, al riquadro 115, seconda fila dal basso. L'estumulazione di una bara richiede parecchi permessi, una ditta specializzata, mezzi e uomini. Pensate veramente che uno qualunque possa munirsi di tutto questo senza complicità interne?

Per falsificare o ottenere i documenti regolari cimiteriali bisognerebbe disporre di:

  • Autorizzazione della Procura o richiesta formale dei familiari stretti
  • Certificato di morte e verbale di estumulazione del Comune di Roma
  • Nulla osta della direzione sanitaria dell'Asl competente
  • Bolle di trasporto per salme e permessi di accesso per veicoli speciali
  • Registro firmato dal custode capo del cimitero per l'apertura del loculo

Per i mezzi serviva almeno un carro funebre o un furgone schermato ditta-salme. Per la manodopera occorrevano dai 4 ai 6 lavoranti capaci di sollevare e prelevare il pesante fardello metallico e di legno. Inoltre, bisognava sradicare il blocco cementizio posto dietro la lapide di marmo e quindi essere muniti di attrezzi adeguati, come scalpelli e mazze.

Il blocco di cemento quadrato che viene posto a sigillo del loculo sparì insieme alla bara. Che senso ha prelevare un oggetto così inutile, che pesa almeno 15 Kg, e portarselo dietro affrontando il rischio di farsi scoprire?

Uno solo: era stato toccato a mani nude e c'erano le impronte digitali. Infatti, se basta poco sforzo e solo un paio di guanti per muovere la piccola lapide esterna e spostarla temporaneamente (ricordiamoci che dopo il furto della bara la lapide venne riposta esattamente dov’era), per il blocco di cemento interno è più complicato: bisogna toglierlo applicando la forza bruta.

Si può procedere scalpellando sui bordi, cosa più probabile, oppure facendo molto più rumore e frantumarlo con delle mazze o martelli pneumatici. In questo caso ipotizziamo il primo metodo, lo scalpello. Il punto di appoggio forzato è proprio il centro del blocco di cemento, e le mani e le dita dell'operatore sicuramente lo toccarono in modo evidente lasciando tracce biologiche.

Fu questo il motivo per il quale il pesante manufatto venne fatto sparire e poi, come dice lo stesso Accetti nelle sue deposizioni, gettato nel Tevere proprio dalla campata principale di ponte Vittorio Emanuele II, uno dei ponti più in vista e trafficati di Roma.

I fili invisibili con la Gendarmeria Vaticana

Le stesse persone implicate per Emanuela e Mirella, ovvero le stesse figure già note o “notabili” agli organi inquirenti, furono coloro che ebbero la necessità e il potere di far scomparire una bara e il suo contenuto.

La spiegazione di questa impunità è una sola: i permessi per entrare al Verano e trasportare una bara, i contatti con la malavita romana che fornì la manovalanza e il tacito assenso di molti organi preposti alla vigilanza del cimitero sono di facile reperimento solo se inseriamo nello scenario il potere di ricatto di alti prelati e uomini d'oltretevere.

Se così fosse, non possiamo escludere che queste figure fossero parte integrante della sicurezza della Santa Sede, magari appartenenti ai servizi di vigilanza interna. Uno per tutti Raoul Bonarelli, figura chiave citata più volte nel caso Gregori, sulla cui attività venne addirittura formulata un’interrogazione parlamentare (la n. 4/16353) presentata dall'onorevole Maurizio Turco in data 30/05/2012, consultabile al seguente indirizzo storico:

https://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_16353_16

Mettiamo in fila i fatti accertati:

  • La telefonata del 2005 a “Chi l’ha Visto?” cita esplicitamente il legame Gregori-Orlandi-Skerl.
  • Pochi giorni dopo la trasmissione, nel 2005, scompare misteriosamente la bara di Katy Skerl dal Verano.
  • Bonarelli è una figura nota alla famiglia Gregori, in quanto la madre di Mirella dichiarò di averlo visto spesso sotto casa a parlare con la figlia prima del rapimento.
  • Bonarelli viene intercettato il 12 ottobre 1993, alla vigilia del suo interrogatorio in Procura, mentre riceveva precise istruzioni dal suo capo Camillo Cibin (storico comandante della Gendarmeria Vaticana) su come mentire ai magistrati italiani riguardo a Emanuela Orlandi.

Il sistema di adescamento e la pista del ricatto

A cosa e a chi servivano queste ragazze e per quali fini venivano prelevate? Come mai erano tutte giovanissime e di bella presenza? Perché, in un modo o nell’altro, avevano avuto contatti o sfiorato personaggi appartenenti all'ambiente ecclesiastico del Vaticano?

I festini e le orge che Padre Gabriele Amorth (storico esorcista della Santa Sede) menziona apertamente in una sua famosa intervista non erano affatto cose inventate. Serviva un gruppo di lavoro malavitoso, finemente preparato all’adescamento delle giovani donne da offrire a una cerchia ristretta.

Il caso specifico di Emanuela Orlandi ha però — come citato dal Dott. Capaldo nella sua audizione davanti alla commissione Bicamerale — un mandante e un fine diverso rispetto alle altre ragazze. La ragazza doveva servire come strumento geopolitico per far diventare il Vaticano vittima di un ricatto legato alla finta liberazione di Ali Agca, un paravento perfetto per distrarre i media e nascondere le nefandezze e i flussi finanziari dell'operazione anti-comunista messa in atto da Papa Giovanni Paolo II in Polonia. Spesso si ipotizza anche che la stessa famiglia di Emanuela, inizialmente, fosse stata rassicurata sul fatto che si trattasse di una messinscena temporanea della durata di appena due o tre settimane.

Invece si trattò di un vero e proprio sequestro di persona di stampo intimidatorio, messo in atto dalle stesse persone che si occupavano ordinariamente di reperire ragazze per un gruppo di “miserabili curiali” interessati a soddisfare le proprie vicende sessuali e di potere.

Ricordiamoci che, prima del maledetto 22 giugno 1983, Emanuela rivelò a un'amica del corso di musica di aver ricevuto attenzioni e avance indesiderate da un ecclesiastico di alto rango vicino ai giardini vaticani.

  • Sarà passata per le mani vogliose di questo “scellerato” che l’aveva molestata qualche tempo prima della sua sparizione?
  • Sarà la stessa sera del rapimento che la ragazza verrà abusata per segnare il punto di non ritorno?
  • E se era tutto un accordo di facciata gestito dall'alto, che bisogno c’era di sedarla profondamente con dei farmaci — come emerge dal drammatico racconto di Sabrina Minardi — quando viene trasferita in macchina verso i sotterranei dell'EUR?

Fu forse questo il terribile "favore" chiesto dal Cardinal Poletti a Enrico De Pedis? Quello di gestire la bassa manovalanza e il silenzio tombale sulla fine della ragazza, ottenendo come ricompensa postuma, oltre a quella economica dell’epoca, il privilegio incomprensibile di essere sepolto all'interno della cripta della basilica di Sant'Apollinare? E come non menzionare in questo intreccio lo stesso Monsignor Pietro Vergari, ex rettore della Basilica e amico intimo del boss della Magliana?

Se lo scenario è questo, lo scenario si fa ancora più cupo: Emanuela potrebbe essere stata nascosta per anni in strutture psichiatriche protette, privata della sua identità. Una donna artificialmente lobotomizzata, spostata in qualche istituto sperduto nel mondo per fare in modo che la verità sul Vaticano non potesse mai più riemergere.