La logica del caso Orlandi, dove non arrivano i giornalisti
Dopo anni di studio e analisi approfondite, si deve accettare una realtà di fondo: il caso Orlandi non è risolvibile secondo i canoni della normale attività investigativa, quella tesa minimalisticamente a mettere insieme gli indizi nel tentativo di ricomporre un quadro ordinario di cronaca nera. La risoluzione dell'enigma impone un'estremizzazione degli eventi che ci conduce, anche non volendo, verso un movente completamente fuori dagli schemi tradizionali. Uno scenario fortemente più drammatico, cinico e apparentemente improbabile, che si rivela tuttavia l'unico reale, coerente e tangibile.
In oltre quarant'anni di nebbia mediatica, la scena è stata occupata da un numero infinito di attori e comparse. La maggior parte di queste figure si è dedicata, con fervore quasi guerriero e un fare maniacale, alla stesura di libri, memorie e romanzi sul caso. Sforzi letterari che, loro malgrado, non hanno mai saputo offrire una spiegazione ragionevole, organica e attendibile, contribuendo invece ad allontanare l'opinione pubblica dal nucleo logico della vicenda.
Il retroscena bulgaro e l'ombra della Magliana
Per comprendere la natura asimmetrica di questo intreccio, occorre mappare i punti di contatto tra la criminalità organizzata romana, gli apparati dello Stato e le diplomazie del Blocco sovietico. Uno degli snodi più oscuri ci riconduce a una serie di incontri informali ambientati nella cornice di Roma.
I ricevimenti del dottor Gallo
Nei mesi successivi a una prima, riservata conversazione che si sarebbe svolta in un ristorante kosher nella zona di Campo dei Fiori tra il boss della Banda della Magliana, Enrico "Renatino" De Pedis, e il colonnello della polizia di Stato Piero Giarratana (all'epoca capo dipartimento presso il Ministero dell'Interno), iniziarono a strutturarsi canali di business molto particolari.
La cerniera tra questi mondi fu il dottor Lorenzo Gallo, noto avvocato e imprenditore romano specializzato in pubbliche relazioni nel campo delle relazioni economiche e commerciali. Gallo era particolarmente attivo nello strategico settore dell'industria elettronica, muovendosi sull'asse finanziario tra l'Italia e i paesi cosiddetti socialisti. Fu lui a organizzare una serie di esclusivi ricevimenti privati a scopo di business. Gli invitati fissi a questi incontri formavano un consesso eterogeneo: industriali di primo piano, uomini d'affari, specialisti nel campo dell'elettronica, del petrolio e dell'industria alimentare.
Ospite regolare e centralissimo di questi salotti era l'ambasciatore bulgaro Venelin Kev, quasi sempre accompagnato dall'interprete ufficiale dell'ambasciata bulgara a Roma, Asen Marchevsky. Quest'ultimo era un personaggio tutt'altro che neutrale: aveva prestato i suoi servizi come interprete d'ufficio durante le delicate udienze del processo per l'attentato a Papa Giovanni Paolo II e, negli anni seguenti, i dossier d'intelligence avrebbero confermato la sua reale identità di spia infiltrata.
Le confidenze del colonnello Giarratana
Durante questi ricevimenti, Asen Marchevsky ebbe modo di stringere una conoscenza diretta con Enrico De Pedis, che gli venne accortamente presentato come un influente businessman italiano, dotato di un capitale serio, sicuro e immediatamente disponibile per investimenti strategici nel mercato bulgaro delle tecnologie. Parallelamente, l'interprete bulgaro entrò in contatto con il colonnello Piero Giarratana. Fu proprio Giarratana a squarciare il velo di ipocrisia di quei salotti, confidando a Marchevsky la vera natura dell'interlocutore: «Renatino De Pedis è un bandito incallito del quartiere Trastevere e si dice comandi la Banda della Magliana».
Giarratana mise esplicitamente in guardia Marchevsky, spiegandogli che De Pedis stava tentando il grande salto nel mondo dell'industria pulita nel disperato tentativo di legalizzare e ripulire i suoi enormi flussi di denaro sporco. Ma la confidenza più pesante del colonnello toccò il cuore del giallo romano: Giarratana confessò di sospettare apertamente che la Banda della Magliana fosse lo strumento esecutivo che aveva pianificato ed eseguito il sequestro della giovane Emanuela Orlandi.
Il mistero della betoniera e la gallina d'oro
A supporto dei suoi sospetti, Giarratana raccontò a Marchevsky i dettagli di un teso incontro ravvicinato avvenuto tempo prima. Il colonnello, in compagnia di un maggiore dell'ispettorato criminale, era riuscito a intercettare Renatino nel suo feudo preferito, nei pressi di Piazza Campo dei Fiori. Durante quel confronto ravvicinato, gli ufficiali avevano tentato di forzare la mano al boss per chiarire il ruolo della Magliana nel sequestro Orlandi. Di fronte alle pressioni, De Pedis mantenne un profilo freddo, ma Giarratana decise di tentare il bluff, dicendogli esplicitamente che uno dei suoi uomini aveva "cantato", rivelando agli inquirenti che Emanuela Orlandi era già stata uccisa e che il cadavere era stato smaltito in due sacchi separati, gettati nel mare di Ostia o all'interno di una betoniera in uno dei tanti cantieri edili in movimento nella capitale.
Renatino negò fermamente l'omicidio, ma la sua risposta, registrata da Giarratana, assunse i contorni di una parziale ed esplicita ammissione di colpa:
«Non avrei mai permesso l'uccisione di una "gallina d'oro" come Emanuela Orlandi. Avrei preferito nasconderla al sicuro all'estero, per poter incassare e chiedere un riscatto miliardario al Vaticano in futuro. Tuttavia, la banda ha partecipato alla fase del rapimento.»
Incuriosito e inorridito da quel resoconto, Marchevsky domandò a Giarratana il perché di un'ipotesi così macabra come l'uso di una betoniera. Il colonnello spiegò il gelido espediente tecnico-forense: il mix di cemento, combinato con l'azione meccanica di macinazione fine esercitata dal pietrame e dalla ghiaia in movimento nella botte, avrebbe polverizzato qualsiasi tessuto e osso, rendendo scientificamente impossibile il ritrovamento di qualsiasi resto umano identificabile.
Questa esplosiva conversazione venne successivamente riferita da Marchevsky al magistrato Giancarlo Capaldo e venne inserita dallo stesso interprete all'interno di un suo libro autobiografico dato alle stampe in Bulgaria nel 2002. Una pubblicazione cronologicamente cruciale, poiché anticipava di molti anni le analoghe e contestate dichiarazioni che Sabrina Minardi avrebbe reso ai magistrati romani.
Va precisato che non esiste alcuna documentazione ufficiale negli archivi di Stato italiani capace di comprovare la veridicità storica di questo colloquio tra lo spione bulgaro e l'alto ufficiale. Un fitto alone di mistero avvolge tuttora la figura del colonnello Piero Giarratana, un uomo d'apparato di cui si trovano pochissime tracce pubbliche.
La parabola di Sant'Apollinare e il crollo del Muro
Mentre le indagini ristagnavano in un limbo di segreti e rinvii, la figura di Enrico De Pedis continuava la sua transizione verso le alte sfere ecclesiastiche. Nel 1989, il boss della Magliana sposò Carla Di Giovanni all'interno della cornice della Basilica di Sant'Apollinare. Il matrimonio venne celebrato da monsignor Pietro Vergari, rettore della basilica e figura legata a De Pedis da una profonda e dichiarata stima. Il livello di vicinanza tra il rettore e l'entourage del boss è documentato da un episodio preciso: il 29 agosto 1989, monsignor Vergari prese carta e penna per scrivere direttamente al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sollecitando un intervento politico in favore di Marco De Pedis (fratello di Enrico), pesantemente multato dalle autorità di pubblica sicurezza per aver assunto alle proprie dipendenze due seminaristi stranieri senza averne data la prescritta comunicazione formale alla polizia.
Pochi mesi dopo, la storia globale subì un'accelerazione improvvisa. In una notte storica per i berlinesi e per l'equilibrio geopolitico globale, oltre 50.000 persone varcarono i posti di blocco del Muro di Berlino da est verso ovest, segnando il collasso definitivo della Cortina di Ferro e lo smantellamento del blocco comunista. Questo sommovimento internazionale andò a impattare direttamente sui destini dei protagonisti del giallo romano.
Cronologia Comparata - 1990
| Data | Evento |
|---|---|
| 02 Febbraio | Omicidio di Enrico De Pedis in Via del Pellegrino |
| 02 Marzo | Dichiarazioni del KGB al Washington Post (Piano attentato Papa) |
| 06 Marzo | Lettera di Mons. Vergari per la sepoltura a Sant'Apollinare |
| 10 Marzo | Il Vicariato di Roma concede il nulla osta ecclesiastico |
| 23 Marzo | Il Comune di Roma autorizza la traslazione della salma |
Il 2 febbraio 1990, la parabola terrena di Enrico De Pedis si interruppe bruscamente in Via del Pellegrino, a due passi da Campo de' Fiori. Il boss, completamente disarmato, era stato attirato in una trappola mortale camuffata da appuntamento d'affari: venne giustiziato in pieno centro da due sicari in sella a una moto che gli scaricarono addosso numerosi colpi di pistola.
Esattamente un mese dopo, il 2 marzo 1990, un ex ufficiale del KGB, Victor Shov, rilasciò una dichiarazione esplosiva al Washington Post, confermando che già nel 1979 il Cremlino aveva commissionato la raccolta di informazioni sensibili finalizzate alla pianificazione dell'assassinio di Papa Wojtyła.
Mentre lo spettro della pista dell'Est tornava a galla, a Roma si consumò il paradosso più grande. Il 6 marzo 1990, monsignor Pietro Vergari indirizzò una supplica ufficiale al cardinale Ugo Poletti, Vicario di Roma, richiedendo l'autorizzazione a tumulare la salma del boss ucciso direttamente nei sotterranei storici della Basilica di Sant'Apollinare, assecondando il volere della vedova. Nella lettera, il rettore attestava formalmente che De Pedis era stato in vita un grandissimo e generoso benefattore dei poveri che frequentavano la parrocchia.
Nonostante il canone 1242 del Codice di Diritto Canonico vietasse in modo tassativo la sepoltura di cadaveri comuni all'interno delle chiese, il 10 marzo 1990 il Vicariato di Roma concesse il nulla osta ecclesiastico. I documenti amministrativi emersi nel 2012 confermeranno che il Comune di Roma autorizzò la traslazione definitiva della salma dal cimitero del Verano ai sotterranei della basilica il 23 marzo 1990. L'intera operazione si concluse in un clima di estrema riservatezza: i funerali principali vennero officiati da monsignor Vergari nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, alla presenza dei volti storici della malavita romana, prima del trasferimento definitivo del feretro a Sant'Apollinare. Il cardinale Poletti rassegnerà le proprie dimissioni da Vicario di Roma il 17 gennaio 1991, adducendo il raggiungimento dei sopraggiunti limiti d'età.
Le indagini del 1993: il SISDE, Carboni e la borsa di Calvi
Il 1993 segnò la riapertura dei faldoni giudiziari sotto la guida del giudice istruttore Adel Rando. Fu l'anno dei grandi interrogatori istituzionali. Venne ascoltato per la prima volta Giulio Gangi, l'agente operativo del SISDE che nell'immediatezza della scomparsa, nel 1983, aveva avviato una serie di tempestive e non autorizzate indagini sulla sparizione di Emanuela, partendo dal controllo dell'officina in cui era stata riparata la famosa BMW segnalata sul luogo del rapimento.
I riscontri sul proprietario di quella vettura portarono a galla i contorni di una Torpignattara sotterranea: l'ultima proprietaria ufficiale della BMW 745, rinvenuta misteriosamente all'interno del parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, dichiarò sotto verbale di aver acquistato il mezzo dal signor Fe, un fabbro titolare di una ditta di tendaggi operante nella periferia romana.
Contemporaneamente, i tribunali romani si trovarono a gestire i fili della grande finanza nera legata al crack del Banco Ambrosiano. Il 23 febbraio 1993 si aprì la prima udienza del processo per il rinvio a giudizio di Flavio Carboni, Giulio Lena e Paolo INCA, accusati della ricettazione della borsa corazzata appartenuta a Roberto Calvi, l'uomo trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Il primo grado si concluse con una condanna generale che, per effetto di un condono temporaneo, risparmiò la detenzione ai protagonisti.
Tuttavia, il 23 marzo 1993, la Corte d'Appello di Roma azzerò l'intero procedimento per un vizio di forma procedurale, accogliendo il ricorso delle difese: il reato andava giudicato secondo i canoni del nuovo Codice di Procedura Penale entrato in vigore nell'ottobre 1989. Il secondo processo d'appello si concluse con la condanna confermata per Flavio Carboni e l'assoluzione per monsignor INCA.
La svolta investigativa del Giudice Rando: il fattore Bonarelli
Il cuore pulsante dell'inchiesta del giudice Adele Rando si concentrò attorno alla metà del 1993, quando le deposizioni incrociate iniziarono a far vacillare i muri di gomma posti a protezione dei dipendenti vaticani.
Il memoriale del Cardinale Oddi
Il 27 maggio 1993, si presentò davanti al magistrato la giornalista Anna Maria Turi. La cronista mise a verbale l'esistenza di una riservata intervista registrata tredici mesi prima con il cardinale Silvio Oddi, all'interno della quale l'alto prelato si lasciava andare a scottanti rivelazioni spontanee sulle ore immediatamente successive al rapimento. Il cardinale Oddi venne formalmente convocato come testimone il 24 giugno 1993. Sotto giuramento, confermò le sue dichiarazioni al giudice Rando:
«Posso dire che circa una settimana dopo la scomparsa di Emanuela, quando ormai i media ne parlavano ovunque, ebbi modo di sentire occasionalmente una conversazione tra due uomini di circa quarant'anni nei pressi dell'ingresso del Vaticano di Sant'Anna. Uno dei due riferiva all'altro che la Orlandi era stata chiaramente vista scendere da un'autovettura di lusso rimasta in attesa fuori dal varco, parcheggiata in via Porta Angelica. La ragazza era entrata in Vaticano e, dopo circa mezz'ora o tre quarti d'ora, era stata vista uscire nuovamente, risalire a bordo della stessa vettura e sparire nel nulla. Fu un fatto occasionale e non sono in grado di identificare i due passanti.»
Nello stesso periodo, il porporato rincarò la dose sulle pagine del quotidiano Il Tempo e all'interno del programma televisivo Mixer, dichiarando che Emanuela Orlandi poteva essere finita all'interno di qualche sceiccato mediorientale come supremo atto di ricatto e sfregio politico rivolto contro la cittadinanza dello Stato Vaticano: «Vidi quella macchina ferma, una donna entrò in Vaticano ed uscì di nuovo, l'impressione netta fu quella di una ragazza scappata volontariamente».
Il riconoscimento di Raul Bonarelli
Il 1° luglio 1993, l'inchiesta subì un'accelerazione drammatica con la deposizione di Vittoria Arzenton, madre di Mirella Gregori. Davanti ad Adele Rando, la donna confermò un dettaglio agghiacciante: inserito nella canonica della parrocchia di San Giuseppe in occasione della visita ufficiale di Papa Giovanni Paolo II avvenuta il 15 dicembre 1985, c'era un uomo che lei conosceva benissimo visivamente. Quell'uomo, dipendente della sicurezza, era lo stesso identico soggetto che fino al maggio del 1983 (mese della sparizione di Mirella) frequentava quotidianamente il bar gestito dalla famiglia di Sonia De Vito.
La signora Arzenton precisò che l'individuo era solito sedersi ai tavoli del locale dove abitualmente si intrattenevano Mirella e Sonia. Più volte la madre aveva notato le due adolescenti scherzare, ridere e scambiare battute d'intesa con quell'uomo. La Arzenton aggiunse che, incrociando lo sguardo del funzionario all'interno della parrocchia, questi distolse immediatamente gli occhi, visibilmente contrariato e teso per essere stato riconosciuto in un contesto ufficiale. La madre di Mirella ribadì la sua totale diffidenza verso l'omertà manifestata dall'amica del cuore della figlia: «Sonia De Vito sa molto più di quanto ha dichiarato, le sue prime deposizioni sono totalmente inattendibili».
[Il Foglio Manoscritto del 1987]
Consegnato da: Avv. Gennaro Ergidio (Parte Civile)
Ricevuto da: Dott. Nicola Cavaliere (Squadra Mobile)
Contenuto: "Bonarelli Raul, via Alessandria 107, telefono 844"
Data origine: 7 Ottobre 1987 (consegnato dalla signora Gregori)
Il 7 luglio 1993, arrivò sul tavolo del giudice Rando un'informativa ufficiale firmata dal dottor Nicola Cavaliere, all'epoca dirigente della Criminalpol. Cavaliere mise a verbale che già alla fine dell'ottobre 1987, l'avvocato Gennaro Ergidio (legale delle famiglie Orlandi e Gregori) gli aveva consegnato un foglietto manoscritto ricevuto direttamente dalla madre di Mirella il 7 ottobre 1987. Sul pezzo di carta c'erano scritti i dati personali del funzionario: «Bonarelli Raul, via Alessandria 107, telefono 844».
Le intercettazioni e il misterioso "Numero 3125"
Preso atto dei riscontri, l'ufficio istruzione dispose l'immediata intercettazione telefonica dell'utenza privata di Raul Bonarelli per la durata di quindici giorni. Nell'ottobre del 1993, gli ufficiali di polizia si presentarono presso l'abitazione del funzionario per notificargli un decreto di citazione formale firmato dal giudice Rando: Bonarelli doveva essere interrogato come testimone nell'ambito del procedimento unificato per il sequestro di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
I brogliacci delle intercettazioni registrarono un movimento frenetico nei minuti immediatamente precedenti e successivi alla notifica. Alle ore 19:44, dal telefono di Bonarelli partì una chiamata d'urgenza diretta verso un numero interno vaticano: il 3125. A rispondere fu la linea della vigilanza pontificia, nella figura di Sibino Bonarelli, il quale si attivò immediatamente nel tentativo di mettere in contatto l'intercettato con i vertici della Segreteria di Stato. Il tenore di quella telefonata, trascritta l'13 ottobre dagli uffici della polizia giudiziaria, rivelò il panico degli apparati vaticani nel coordinare la linea di condotta da tenere di fronte ai magistrati italiani.
Il 13 ottobre 1993, Raul Bonarelli si presentò all'interrogatorio, qualificandosi ufficialmente come funzionario in servizio presso l'Ispettorato della Vigilanza Pontificia. Davanti alle domande del giudice, mantenne una linea di totale chiusura:
«Smentisco nel modo più assoluto la circostanza affermata dalla signora Vittoria Arzenton. Non ho mai frequentato, né tantomeno quotidianamente, il bar della famiglia De Vito; il mio lavoro non mi avrebbe mai lasciato il tempo per indugiare in quel locale. Conoscevo la famiglia Orlandi ed Emanuela unicamente per ragioni strettamente legate al mio ufficio all'interno dello Stato Vaticano, ma non sono in grado di fornire alcun elemento utile a comprendere le cause della loro scomparsa.»
Il 16 ottobre 1993, il giornalista televisivo Fiore De Rienzo consegnò formalmente al Tribunale di Roma due videocassette contenenti i girati integrali e non montati della storica visita papale alla parrocchia di San Giuseppe del 15 dicembre 1985. La signora Arzenton venne convocata d'urgenza in Procura per visionare i fotogrammi nel tentativo di identificare ufficialmente il volto del frequentatore del bar. Tuttavia, a causa del posizionamento delle telecamere e del montaggio, la donna dovette verbalizzare che nessuna delle persone chiaramente visibili in video corrispondeva all'identikit dell'uomo da lei descritto.
Il progressivo e grave peggioramento delle condizioni di salute della signora Arzenton impedì agli inquirenti di procedere a successivi confronti diretti o ricognizioni fotografiche sul campo. Questa drammatica interruzione spinse la Procura Generale a richiedere l'archiviazione e il proscioglimento formale di Raul Bonarelli. Una richiesta che il giudice Adele Rando decise di respingere parzialmente, ordinando uno stralcio d'indagine autonomo per fare luce sulle evidenti anomalie e sulle coperture emerse dall'ascolto della telefonata intercettata verso la Segreteria di Stato.
La ragion di Stato: il siluramento di Gangi e la denuncia di Ercole Orlandi
La chiusura definitiva del cerchio investigativo del 1993 fu segnata dall'intervento punitivo degli apparati di sicurezza italiani contro i loro stessi agenti infedeli alla linea del silenzio. Il 17 novembre 1993, l'agente operativo del SISDE Giulio Gangi indirizzò una lettera riservata al Presidente del Consiglio dei Ministri, Carlo Azeglio Ciampi, esprimendo la sua profonda amarezza per il provvedimento di allontanamento dai servizi d'informazione che stava per colpirlo, punito unicamente per aver svolto nel 1983 indagini tempestive ma ritenute "inopportune" sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il decreto governativo divenne esecutivo il 3 dicembre 1993: Gangi venne ufficialmente estromesso dai ruoli del SISDE e retrocesso presso un'altra amministrazione civile dello Stato.
Contemporaneamente, monsignor Francesco Salerno, autorevole consulente legale della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, lasciò cadere una dichiarazione pesante, confermando che all'interno degli archivi riservati della Segreteria di Stato vaticana potevano essere tuttora custoditi dossier e documenti segreti relativi alla reale trattativa intercorsa nei mesi del sequestro.
Il punto finale di questa cronologia d'indagine venne tracciato il 10 aprile 1994 dalle parole di Ercole Orlandi, padre di Emanuela. Le sue dichiarazioni misero a nudo il muro invisibile contro cui la famiglia sbatteva da undici anni:
Siamo le vittime sacrificali di un'oscura e impenetrabile ragion di Stato. Le istituzioni hanno il dovere di dirlo