La ricostruzione farlocca ma efficace di Marco Fassoni Accetti

La ricostruzione farlocca ma efficace di Marco Fassoni Accetti

Il personaggio è furbissimo, complicato, introverso e dominato da un narcisismo patologico e totalizzante. In altri contesti sociali e in altre regioni d'Italia lo avremmo liquidato molto più sbrigativamente, definendolo un emerito testa di minchia. Ma quando la discussione sfiora l'omicidio di ragazzi svaniti nel nulla, la morte di bambini uccisi per strada e l'esistenza di un mondo sommerso — una fitta rete sotterranea che potrebbe tranquillamente fare capo al sistema della pedofilia rituale legata ad ambienti di potere intoccabili — c'è ben poco da scherzare.

Accetti si presenta nei rapporti umani come una figura assillante, molesta e psicologicamente soffocante. È il classico soggetto disfunzionale capace di squillarti al telefono all'una di notte: non certo per chiederti per cortesia come stai, ma perché ha bisogno di drenare la tua attenzione o di piegarti a qualche sua necessità del momento. Siamo di fronte a un individuo che non conosce la grammatica del rispetto, strutturalmente incapace di provare una benché minima forma di empatia per il genere umano. È un uomo che difficilmente si affeziona a qualcuno o a qualcosa, poiché appare marcio dentro: per lui, il sentimento dell'amore è stato distorto e corrotto sin da quando era piccolo, sovrapposto a logiche di possesso, segretezza e manipolazione.


Marco Accetti è un omicida?

Personalmente non reputo Accetti un omicida in senso stretto, se con questo termine intendiamo il carnefice materiale che agisce d'impulso o con ferocia belluina. Lo ritengo, semmai, un uomo intrappolato nelle sue stesse architetture mentali, incapace di superare la barriera delle sue follie teatrali per sporcarsi le mani in prima persona in modo sistematico.

Tuttavia, il suo profilo descrive un uomo che nutre un'attrazione morbosa, viscerale e documentata per il macabro, la necrofilia, la contemplazione dei cadaveri e il feticismo di raccogliere oggetti appartenuti a persone morte per conservarli gelosamente come trofei di un segreto inconfessabile. Nel corso della sua esistenza, ha sfogato questa sua cronica incapacità di strutturare un rapporto sano con il mondo esterno attraverso quella che lui definisce pomposamente "fotografia d'artista". Non è affatto un caso che in tutte le sue cosiddette opere visive venga palesato, in modo costante e ossessivo, il bisogno della morte, dell'estetica del lutto o della vicinanza fisica al concetto stesso di fine dell'esistenza.

Potrebbe sicuramente aver ucciso qualcuno nel corso delle sue intricate vicende, ma non possiede i tratti del killer seriale. Benché sia visibilmente frustrato e deviato da questa sua profonda turba mentale, non riesco a inquadrarlo come un assassino solitario che opera con metodica serialità: la sua reale capacità di colpire è sempre stata limitata dal suo bisogno patologico di essere accompagnato e protetto da figure complici. Ruoli di supporto che spesso venivano affidati a figure femminili, molte delle quali sono successivamente scomparse nel nulla o sono morte in circostanze misteriose che la medicina legale non è mai riuscita a catalogare come cause del tutto naturali.


Capace di dominare gruppi di persone e a dirigerle verso scopi o finalità nuove e pericolose

Un elemento oggettivo e profondamente inquietante nella biografia di Marco Fassoni Accetti è la sua spiccata abilità nel condizionare psicologicamente le persone che lo circondano. Riesce a esercitare una vera e propria forma di sottomissione e plagio sui membri delle sue cerchie, domandole e dirigendole secondo un concetto solipsistico semplicissimo: io ho ragione a prescindere da qualunque realtà fattuale.

L'omertà di ferro che si crea e si consolida attorno al personaggio non è quasi mai il frutto di una spontanea condivisione di ideali, ma è l'esito di un subdolo ricatto mentale e spirituale applicato costantemente sui suoi frequentatori. Accetti è un maestro nell'instillare nei membri del gruppo la convinzione fideistica che lui — o la presunta organizzazione occulta alle cui spalle dichiara di muoversi — rappresenti un costante, imminente e letale pericolo di vita qualora qualcuno decidesse di uscire fuori dal seminato o di tradire il patto del silenzio raccontando la verità alle autorità.

Il sacrificio di Katy Skerl: la punizione del dissenso

È soltanto all'interno di questa dinamica di dominio psicologico e di terrore che riesco a collocare logicamente l'omicidio di Katy Skerl, avvenuto nel gennaio del 1984. Si tratta di un delitto legato indissolubilmente alla ferrea volontà della ragazza di recidere i ponti con quel contesto ambiguo, un ambiente che non le apparteneva ma di cui aveva cominciato a comprendere la natura estremamente pericolosa, oltre che oscura e brutale.

Da tutte le testimonianze dell'epoca, Katy emerge come una ragazza straordinariamente sveglia, solare, intelligente e attivista politica ferrea all'interno del movimento comunista romano. Era una giovane donna guidata da ideali puliti, che non si sarebbe mai lasciata trarre in inganno verso la deriva della violenza e, soprattutto, verso il compimento di azioni criminali che calpestavano la naturale relazione e il rispetto tra gli esseri umani.

La sua eliminazione non è stata l'impulso isolato di un maniaco della notte, ma l'applicazione brutale di una sentenza logistica. È servita a tappare una falla interna all'organizzazione e a ribadire a tutti i membri del gruppo che dal sistema di Accetti non si poteva uscire vivi. Una punizione esemplare per stroncare il dissenso e garantire quel silenzio tombale che ha protetto le trame più nere della cronaca romana per quarant'anni.