Movente per il caso Orlandi: uno schema di adescatori e rapitori per metterle sul catalogo


    Perché non si può risolvere?

    Esistevano dei livelli e ognuno di questi aveva uno scopo preciso.

    Queste organizzazioni criminali miravano a ottenere denaro in cambio di servizi non ortodossi, richiesti con regolarità nella Roma del 1983 da personaggi facoltosi.
    Poco importava che fossero politici, imprenditori o curiali: bastava che potessero permetterselo e che rispettassero la regola aurea del silenzio.

    Gli Adescatori - La scelta

    Il primo livello era quello degli adescatori, personaggi che, grazie alle loro doti comunicative e persuasive, riuscivano a ingannare ragazze con promesse fittizie, spesso legate al mondo dello spettacolo, della moda o della televisione. Creavano sogni che non esistevano e li attiravano in cambio di compensi elevatissimi per gli standard dell’epoca.

    I requisiti per diventare oggetto di attenzioni da parte degli adescatori erano semplici:

    • essere ragazze belle e formose;

    • possedere spigliatezza nel dialogo, ma risultare facilmente “credulone”;

    • avere propensione a credere ai finti scenari che venivano prospettati.


    Gli Adescatori - La ricerca di informazioni

    Di ogni soggetto individuato bisognava raccogliere informazioni precise: nome e indirizzo, sogni nel cassetto, amici e frequentazioni — sia luoghi che persone — ambizioni e speranze per il futuro.
    Iniziava così un’attività di controllo e monitoraggio, spesso svolta da figure femminili in grado di penetrare facilmente nei loro mondi. Queste donne, spesso emancipate e anch’esse remunerate, forse alcune anche inconsapevoli, possedevano la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e di capire se fosse predisposta a intraprendere un determinato percorso, così da poter essere inserita nel catalogo delle “ragazze disponibili per la scelta”.

    Gli Adescatori/rapitori - Il Rapimento

    Dopo la selezione, la vittima era pronta per essere rapita con l’inganno: venivano usati metodi di alta intelligenza che spesso non richiedevano nemmeno l’uso della forza.
    A volte il controllo dell’operazione era supervisionato dal gruppo di De Pedis che interveniva solo per estrema ratio.
    Dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie e valutato il temperamento della ragazza, le veniva proposto un “provino” o un incontro del tutto realistico e apparentemente normale. Nessuna attività che potesse insospettirla, come quelle dei film hard oppure quella di prostituirsi come escort in circuiti a pagamento gestiti da clienti facoltosi.

    Veniva quindi organizzato un finto appuntamento, spesso accompagnato dalla promessa di una retribuzione economica, durante il quale la vittima si recava “ingenuamente” con le proprie gambe fino alla destinazione finale. Tutto sembrava normale, persino fino al ciglio della porta.

    I Rapitori - Il periodo di prova

    Una volta intrappolata, la vittima scopriva l’arcano: le veniva prospettata la reale situazione e, in un mondo da cui fuggire era impossibile, iniziavano le sevizie e la “prova”. Cominciava anche un’attività legata alla sfera sessuale.

    Forse qualcuna accettava — come accade ancora oggi in alcune regioni dell’Est — scegliendo di vivere piuttosto che rischiare di essere uccisa. Qualcun’altra cedeva prima, rendendo inutile ogni forma di “addomesticamento” alla nuova vita.

    Era in questa fase che si giocava sul terrore psicologico: cedere significava essere compromesse, e uscirne, per le vittime, avrebbe rappresentato una vergogna destinata a durare tutta la vita, qualcosa di indicibile. Su altre, invece, si faceva leva sulla minaccia ai familiari e ai parenti più stretti, così da bloccare ogni possibilità di ribellione.

    I Rapitori - Esito del periodo di prova

    Da quella brutale oppressione, qualcuna riuscì a fuggire e tornò a casa, portando con sé l’orribile certezza — imposta dai rapitori — di non poter mai raccontare nulla. Altre furono deportate fuori dall’Italia, condotte in colonie estere di depravati, sparendo per sempre nell’ombra di un mondo che nessuno osa nominare.

    Per la maggior parte, però, non restava traccia: chi finiva nel vortice del “catalogo” veniva ucciso, espatriato o inghiottito nell’oblio. Un’unica legge dominava tutto: il silenzio. Pena la morte, per chi partecipava ai crimini come per chi vi era intrappolato.

    Spesso la condanna arrivava già il giorno seguente. Urla, pianti, calci, dimenamenti: ogni segno di resistenza era un marchio di indomabilità. E le vittime venivano eliminate, vanificando il lavoro degli adescatori e di chi aveva orchestrato la loro prigionia.

    Non erano solo uomini a orchestrare questo inferno: esisteva un vero e proprio “collegio” di sorveglianti, indottrinatori e mense organizzate, un mondo oscuro sospeso a ridosso del coronamento, oltre il quale c’era la morte o la sparizione definitiva dai luoghi della vita.

    In altri casi, le nuove leve venivano preparate per entrare nel sommerso universo del sesso con minorenni, un mondo che persiste ancora oggi e che non ha nulla a che fare con il cinema hard o con il porno: un abisso reale, silenzioso, implacabile.

    Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi

    Il movente della scomparsa era lo stesso per entrambe le ragazze, ma differivano i destinatari della loro “compagnia”. Per Mirella tutto rimaneva confinato a personaggi di alto livello, in un mondo non curiale, piuttosto imprenditoriale e politico. Emanuela, invece, vide e riconobbe persone che incontrava ogni giorno nei giardini vaticani.

    Era impossibile farla tornare, impossibile permetterle di rivelare al mondo chi aveva riconosciuto. Un Vaticano che non è mai stato avulso dai peccati di gola, e che anche nel 1983 giocava il suo ruolo in una partita squallida, dove la P2 sapeva tutto, così come molti esponenti politici e forse persino figure istituzionali.

    Tanto rumore per Emanuela

    Dopo l’uccisione della ragazza, la criminalità mise in piedi un depistaggio senza precedenti: la pista bulgara, riesumando le ultime dichiarazioni di Alì Agca.

    Il momento era perfetto.
    Da un lato, faceva comodo alla CIA: accusare i bulgari significava puntare il dito, indirettamente, contro l’Unione Sovietica.
    Dall’altro, mancavano troppi soldi, sapientemente dirottati dallo IOR verso la Polonia e Solidarność. Il modo per recuperarli era solo uno: il ricatto.

    Era chiaro che un colpo simile doveva colpire in alto, mirare ai vertici. Un prete pedofilo, o qualcuno di basso rango non sarebbe bastato.
    Foto compromettenti di prelati di altissimo rilievo, avrebbero invece piegato le coscienze di sette miliardi di cristiani, lasciando il mondo intero sconcertato di fronte a una verità così sconvolgente.

    Il Vaticano avallò la pista internazionale, forse ha ragione in merito al movente dell'attentato del 1981, ma non certo sulla questione di Emanuela.
    Se oggi chi chiediamo ancora il perché di tanto silenzio non dobbiamo cercare la risposta ma la domanda: a chi gioverebbe sapere?

     

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